Vico/:MUSEO DEI SISTEMI AGRICOLI TRADIZIONALI DEL GARGANO

TRAPPETO IPOGEO MARATEA

 

Il Museo Trappeto Maratea è uno straordinario sito di archeologia industriale. E’ riconoscibile nella sua struttura di “trappeto ipogeo” a sviluppo orizzontale (frantoio a corridoio), in piena attività sin dal Medioevo (1300)  e con la   capacità di lavoro di una vera e propria fabbrica dell’olio garganico. Questo imponente “trapetum” (32,25 m x 3,50 x 5,50 m, più altri due locali di circa 40 mq), con una “spazialità” propria di luoghi sacri, fatta di penombre e di silenzio, già di valore museale,  accogliendo una significativa collezione  di strumenti e reperti di pratiche agrosilvopastorali (arnesi, utensili, attrezzature), diventa MUSEO DEI SISTEMI AGRICOLI TRADIZIONALI DEL GARGANO, nel contesto delle storiche agricolture italiane e mediterranee. Sono esposti alla libera fruizione  aratri a chiodo,  zappe diversificate, falci, falcioni, attrezzature specifiche per la trasformazione dei prodotti: raccontano  saperi e tecniche che hanno reso peculiari le produzioni agroalimentari del Gargano.

IL TRAPPETO IPOGEO “MARATEA”
Il trappeto Maratea è  un’antichissima fabbrica di olio ricavata in gran parte nella roccia a colpi di piccone (frantoio ipogeo del tipo storicamente presente  in Puglia); i trappeti ipogei nascono dal bisogno di avere ambienti caldi, in cui è più favorita la separazione, per decantazione dell’olio dall’acqua di vegetazione (morchia). Probabilmente è già operante agli inizi del 1300, stante ad una citazione (Regestum di Sancto Leonardo de Lama Volaria, 1317) che parla di un “trapetum terre Vici apud Castelli”: è  infatti, situato nelle immediate vicinanze  del Castello Normanno-Svevo. Presenta tutti i caratteri di un importante impianto industriale che documenta l’estrazione  per affioramento,  la prima tecnologia  razionale di produzione dell’olio. La tecnica per affioramento ha caratterizzato a lungo la produzione olearia del Gargano e nonostante i progressi tecnologici  il trappeto Maratea  infatti,  è stato attivo fino ai primi anni 50 del 900 ed è il più  imponente di una serie di trappeti ancora riconoscibili in diversi ipogei del borgo antico di Vico del Gargano. Fino  ai primi anni del 900 sono attivi in tutto il Promontorio 170 trappeti (in Italia 17 mila), 500 torchi e 700 persone  vi lavorano per circa sei mesi l’anno. L’olio è qualcosa di più di un condimento: non vi è cibo o minestra in cui non si impieghi olio in abbondanza; si utilizzano circa 82 mila ettolitri di olio con un consumo  di 7 kg pro capite , il più alto di Italia (4 kg media nazionale). Dall’olio proprietari e agricoltori “traggono massimi guadagni”; nei primi decenni del 900 si esportano in  media circa 14 mila ettolitri di olio.

TRAPPETI A SANGUE
Il Trappeto Maratea rientra nella tipologia dei cosiddetti “Trappeti a sangue”, per i quali ogni energia impiegata è tratta dal lavoro di uomini e animali assoggettati ad una fatica estenuante, spesso insopportabile. Conserva ancora intatta la linea di lavorazione delle olive e i segni delle fatiche per  l’ottenimento del ricercato olio. Nel frantoio (dal lat. frangere, mandare in pezzi) o  trappeto (dal gr. trapeo, pigiare) c’è una grande  mola (la molazza), costituita  da una vasca in pietra  e da 2 ruote di roccia garganica (macelli) che fatte girare da asini (o cavalli murgese) rompevano i frutti (frangitura) per ottenere la cosiddetta “pasta”. Quattro grandi presse alla genovese (torchi in legno con perni autovitanti che scorrono in apposite guide) disposte in quattro nicchie scavate nella roccia, costituiscono il  cuore del trapetum; dalla pressatura della pasta (presse azionate da braccia umane), si estraeva il mosto (acqua di vegetazione più olio) che veniva raccolto in tini di legno di quercia (Quercus virgiliana)  posti ai piedi dei torchi; bisognava poi aspettare il naturale “affioramento” (separazione) dell’olio raccolto da abili mani con mestoli a forma di coppa (dial. “tagghjatùr’). La separazione era  spesso lenta  favorita anche da un grande camino sempre acceso; se non bastava, c’erano lumi e lanterne che ardevano notte e giorno e, soprattutto, il calore prodotto dalla fatica di uomini e animali.

LE  VALENZE  DEI  SISTEMI  AGRICOLI  TRADIZIONALI
I sistemi agricoli tradizionali hanno inventato una pluralità di tecniche basate sul maggese, sulla rotazione, sulla policoltura. Tecniche che ovviamente richiedevano periodi di riposo del terreno e che imponevano ai contadini un complesso bilanciamento delle varietà coltivate (il grano che doveva seguire le leguminose, ad esempio). L’affermazione delle agricolture intensive a partire dagli anni 50 del 900 (Rivoluzione verde) ha prodotto la perdita di gran parte della conoscenza agricola tradizionale. I termini “tradizionale” o “storico”  sottolineano oggi la valenza culturale di questi antichi sistemi di produzione agricola (o agropastorale nel caso del Gargano),  poiché si sono rivelati portatori di valori sociali, ambientali  e soprattutto di conoscenze agronomiche (specie e varietà coltivate, tecniche produttive) e tecnologiche ( trasformazione e conservazione dei prodotti).  Queste conoscenze rischiano oggi di perdersi definitivamente  per cui lo studio e la ricerca si stanno rivelando  come momenti strategici per non disperdere conoscenze, meccanismi adattativi, risorse che  questi modelli agricoli ancora conservano. La loro valenza è anche di natura ambientale (es. corridoi ecologici), per cui la loro conservazione è obbiettivo anche di organismi internazionali (UNESCO). Un valore fondamentale risiede inoltre nell’eredità  che i sistemi agricoli tradizionali ci consegnano:  un patrimonio di conoscenze  utili a  “modellare” agricolture sostenibili, di qui la valenza scientifica.
Tutti i sistemi agricoli tradizionali in Italia hanno in comune  i contesti fisiografici, cioè territori a morfologia collinare e montana (le aree pianeggianti erano spesso malsane, inospitali). Le differenze, bioclimatiche in primo luogo,  hanno determinato una varietà di indirizzi colturali e di conseguenza un’incredibile diversità di sistemi di produzione,  ognuno adattato a specifici contesti ambientali. Il  Gargano per ragioni storico-sociali e soprattutto pedoclimatiche può documentare diversi sistemi di produzione agricola e zootecnica, configurandosi come un sistema di sistemi di produzioni agropastorali.

LA COLLEZIONE
I reperti collezionati raccontano i sistemi agricoli tradizionali del Gargano, conseguenti alla sua natura di Montagna protesa nel Mare Adriatico  che presenta quasi tutti i tipi di zone agrarie; da quella degli agrumi e del fico d’india, alla vite, all’olivo al mandorlo, al castagno. Raccontano immani fatiche su una terra carsica (mancanza assoluta di corsi d’acqua), argillosa, ferrigna (terra rossa), ricca di scheletro e arida. Una terra che richiede ripetute lavorazioni (arature, sarchiature) al fine di ottimizzare le acque della pioggia per poter ospitare le fragili colture agrarie. Le conoscenze di base infatti, hanno riguardato in primo luogo le tecniche di lavorazione del terreno. L’orografia montano-collinare ha imposto in molti casi i sistemi cosiddetti “a zappa”, con attrezzi diversissimi (vedi collezione) per forma, dimensioni, struttura: ogni zona agraria costruirà i suoi modelli. Si seminano grano e legumi  anche a colpi di zappa. L’aratro, quando può arrivarci,  è  fondamentalmente un  “aratro a chiodo”: a  struttura legnosa, utilizzato fino all’immediato dopoguerra  (vedi collezione); solo a partire dagli anni 40/50 del 900 le maestranze locali modellano diversi aratri in ferro a trazione animale con vomere (vedi collezione),  per  operare in condizioni di forti pendenze nelle quali l’unico animale utilizzabile sarà il mulo. Per ricavare le minime parcelle di suolo coltivabile  sono stati necessari massacranti lavori di esbosco con asce, roncole (vedi collezione), poi di scasso profondo a colpi di zappe e soprattutto di capillari  spietramenti; con le pietre raccolte si realizzerà l’incredibile e interminabile rete di muretti a secco a difesa dei suoli e soprattutto a regimazione dei pascoli e dei possessi. L’indirizzo produttivo prevalente è il pascolo con diversi indirizzi (bovino, equino, caprino, suino) e con caratteristiche  produzioni casearie (vedi collezione). Ma quando si lavora la terra lo si fa per due indirizzi produttivi fondamentali: poter seminare e piantare alberi (ulivo principalmente). Il seminativo e la coltura arborea saranno in molti casi consociate (si seminava il grano anche tra gli uliveti), il primo per avere scorte  di carboidrati e proteine vegetali destinati a uomini e animali (grano, orzo, mais, cicerchie, fagioli, ceci, avena, fave);  la seconda per  la produzione di grassi vegetali (olio d’oliva) e fruttiferi vari. Tra questi ultimi si distinguono le produzioni agrumarie di Vico, Rodi e Ischitella, una sapiente scelta colturale (vedi collezione) che ottimizza l’uso di disponibilità naturali, pur se limitate, di  sorgenti. Acquisisce inoltre un ruolo per nulla secondario la produzione vinaria (vedi collezione), che avvia la colonizzazione fondiaria (la vite precede l’impianto dell’uliveto).
Intorno al grano si consumano immense fatiche, protratte nel tempo,   con soli tre arnesi (falce, forche di  orniello e pale di legno)  e con la forza, ancora una volta, di animali: la falce per la mietitura, cavalli e muli per la sgranatura (a colpi di zoccolo di cavalli) delle spighe, forche e pale (vedi collezione) per separare (sfruttando il vento) le cariossidi (chicchi di grano) dalla paglia e dalla pula,  nell’ansiosa attesa della giornata ventosa. Tre mesi di lavoro solo per la mietitura e la sgranatura e garantirsi una scorta di grano per il pane quotidiano. Una famiglia di quattro persone aveva bisogno mediamente di conservare ca. 16 ql di grano, prodotto normalmente da 2.5 ettari di terra in annate di media produzione (circa 7/8 ql/Ha) per la scorta di farina e 3 ql per la semina. La “felicità era un tomolo di grano in più rispetto all’anno precedente” in un’angoscia quotidiana che una pioggia, una grandinata poteva compromettere tutto il raccolto.
Nei sistemi agricoli tradizionali del Gargano, pertanto, sono maturate conoscenze specifiche per le  produzioni  (cereali, frutta, uva, legumi, latte),  la trasformazione dei prodotti (industrie olearia, vinaria e zootecnica) e la loro conservazione (conserve).

OBIETTIVI DEL MUSEO
La finalità della collezione avviata,  è quella di  ricostruire, reinterpretare e rappresentare il patrimonio di tecniche e conoscenze prodotte dal sistema di produzione agropastorale del Gargano.
Il lavoro di ricerca punta alla raccolta, alla catalogazione, al recupero e restauro (anche della funzionalità del trappeto) e alla valorizzazione  di tutti gli arnesi e strumenti  rimasti per troppo tempo relegati negli angoli bui di pagliere, stalle e solai, tra polvere, tarme e ragnatele. L’obiettivo è quello di valorizzare a fini scientifico-didattici e turistici il Museo per ricostruire (techa di reperti), e raccontare (poster, video, guide, ecc.) i saperi del modello agricolo che ha caratterizzato storicamente il Promontorio del Gargano. Un museo interattivo con un territorio  ancora oggi segnato da un modello di produzione agricola tradizionale (e più recentemente storico)  nel corso degli anni 50/70 del 900 e per gran parte abbandonato  in seguito all’esodo rurale (emigrazione) e il progressivo affermarsi delle agricolture intensive che seppur marginalmente ha interessato anche la regione garganica. Ciò nonostante queste forme di produzione agricola  continuano a sopravvivere, caratterizzando, infatti, una parte considerevole del tessuto territoriale del Promontorio e delle aree interne italiane (anche  dell’Unione Europea). Le colture praticate per secoli, il rapporto uomo-ambiente che ne costituiva sostanza e sfondo,  erano risposte a sfide concrete, tanto più “razionali” quanto più le condizioni ambientali e le tecniche erano povere.

Nello Biscottimuseo-trappeto-maratea

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