La processione delle donne del Venerdì Santo di Vico e la lettera ‘D’ dell’alfabeto.

Francesco A. P. Saggese
Arrivo presto.
Mi metto ad aspettarle in cima al vicolo che costeggia la corte del castello e che porta alla
Chiesa Madre. Arriva Maria che si precipita ad aprire la Chiesa, la seguo, scompare subito
tra le navate, affaccendata più che mai.
Esco di nuovo fuori.
Arriva Miuccia, quella che considero uno dei pilastri di questa processione mattutina.
Mi sorride, si avvicina, appoggia le sue mani sulle mie: “mo’ vedi che arrivano pure le
altre”.
Entra dentro anche lei con il suo passo affaticato e carico di anni.
Non so oggi quante saranno; mi hanno detto che qualche anno fa erano in quattro, forse
stamattina arriveremo a dieci, a quindici.
Penso a quante donne nel passato hanno ripetuto questo rito: percorrere questo vicolo la
mattina presto del Venerdì Santo per partecipare alla prima processione del mattino.
Così, accompagnate dai miei pensieri, altre donne cominciano ad arrivare una dietro

l’altra. Le osservo, scatto qualche foto: non so quante siano nel mondo le processioni al
mattino presto del Venerdì Santo accompagnate da sole donne; e poi ho in mente di
assistere a qualcosa che potrebbe scomparire per sempre, ed è come se raccogliessi le
ultime parole di un uomo o di una donna, o se catturassi l’istante esatto in cui l’albero
perde la sua ultima foglia.
Arrivano silenziose le donne di Vico, con lo sguardo fisso a terra, qualcuna ha le mani
aggrappate l’una all’altra. Saranno forse arrivate così le loro mamme, le loro nonne, e le
mamme delle loro nonne, in un susseguirsi di generazioni.
Non passa molto tempo per vederle tutte ai piedi dell’Addolorata, che pare aspettarle
mentre domina su tutte loro con il suo abito di tessuto proveniente dalla Spagna e lavorato
da mani vichesi.
Si respira l’ansia di mettersi presto in cammino, alla ricerca, mentre si dividono un foglietto
di carta con appunti di preghiere, canti e cantilene.
Arriva un signore, si chiama Pietro. Mi dicono che è uno dei portatori – tra gli uomini
“ammessi” – lo seguo, voglio fargli qualche domanda. Anche lui scompare tra le viscere di
uno scantinato che scende dalla sagrestia sottoterra; ne riemerge con quattro pali azzurri.
Uno è il suo, servirà come appoggio per il fercolo.
Mi dice che questa processione è antichissima e vi partecipano solo le donne del paese;
deve uscire al mattino presto prima ancora delle altre cinque processioni delle
confraternite. Aggiunge che un tempo la partecipazione era molto più numerosa,
confermando così le ansie di Maria che qualche giorno prima mi aveva ripetuto a telefono
la sua preoccupazione – a dire il vero mi dice che è la sua ‘disperazione’ – per la possibile
scomparsa di questa processione.
Dopo un po’ arriva Francesco, tra i più giovani, che sulle spalle si porta la tradizione di
‘portatore’ ereditata da suo nonno.
Ecco, ci siamo, si muovono i primi passi. Un gruppo di donne le sistema il manto, Miuccia
si posiziona fuori la chiesa, indica ai portatori questo o quello spigolo, quasi
preoccupandosi che la Madonna si possa far male.
La maestra Eleonora comincia a cantare, e a lei si accodano tutte le altre: Mattea,
Carmela Rita, Enza, Donatella, Francesca, Maria, Camilla…
L’Addolorata comincia il suo cammino alla ricerca del Figlio; è preoccupata per le sue sorti,
lo cerca fuggitiva tra i vicoli del centro storico ed oltre, tra i Sepolcri, lo fa come farebbe
una mamma qualunque.
***
Ma tutto questo succedeva un anno fa.
Un anno è impastato di giorni lunghi e meno lunghi; un anno si porta via le luci accese
nelle case, e quest’anno si è portato via anche Miuccia.
Penso a lei mentre scrivo, a quello che mi aveva detto un anno fa: “mo’ vedi che arrivano
pure le altre”.
Così anche a nome suo vi chiedo di non dimenticarvi di questa processione, di non darla
per scontato, di non fare gli spettatori, e di adoperarvi per quello che potete.
Partecipare significa sicuramente recuperare il senso penitenziale del Venerdì Santo, ma
anche non far morire una tradizione popolare e con lei un paese – e qui siamo chiamati
all’appello tutti e a qualsiasi titolo.
Le generazioni – vecchie e nuove che siano – hanno anche questa responsabilità.
Nei paesi – ricorda il paesologo Franco Arminio – c’è un alfabeto che declina e perde
lentamente le sue lettere, a favore di un nuovo alfabeto, composto da lettere amare, che
sanno di rassegnazione, abbandono e sconfitta.
“Il vecchio alfabeto del paese ha perso ogni lettera. Dalla ‘A’ di asino alla ‘Z’ di zappa,
passando per la ‘M’ di muli, per la ‘P’ di pecora, per la ‘C’ di contadino”.
Noi abbiamo perso molte lettere del nostro immenso patrimonio materiale: un giro nel
centro storico o nella zona archeologica (ma ci sarebbero tanti altri esempi…), è
sufficiente per trovarle a terra calpestate dall’incuranza; abbiamo perso anche le lettere di
alcuni pilastri della nostra storia, così penso alla lettera “M” di Manicone (La fisica Appula)
e di Maselli (La figlia di Maso), o alla lettera “E” dell’Accademia degli Eccitati, e tutto il
mondo che poteva costruirsi intorno a questi mondi. Continua Arminio, “Il nuovo alfabeto
sembra cominciare dalla lettera ‘D’, dalla desolazione.”
Credo per questo che sia compito di ciascuno, e con qualsiasi mezzo, provare a tenerla
lontana, lontanissima.
Francesco A. P. Saggese
Qui trovate:
-l’appello lanciato lo scorso anno dalle donne:

-l’uscita della processione dello scorso anno:
https://www.youtube.com/watch?v=AXRbHZ4KjNM

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